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Muoversi a Phnom Penh

Tuck tuck, mini van, motorini, moto, auto. Ci si sposta cosi’ Phnom Penh. L’idea romantica dell’Asia a pedali ha lasciato il posto ai motori a scoppio che ronzano all’impazzata in ogni senso di marcia tra le strade di questa città’ brulicante di vita.
Le bici sono pochissime oramai, tutti hanno almeno un motorino. Anche tra i più’ poveri, anche nelle baracche fatte di lamiera e teloni cerati che sponsorizzano la locale birra (Cambodia Beer, orgoglio nazionale), spunta un cinquantino tirato a lucido.
La benzina costa poco ai distributori e ancora meno al mercato nero. Negozietti, chiostri, venditori ambulanti smerciano benzina (per l’equivalente di 1$/Lt) distribuita in vecchie bottiglie di vetro della Pepsi.
In 3/4 su ogni motorino e a decine nei cassoni dei pick-up e addirittura sui tetti delle auto. “Un passaggio non si rifiuta mai” pare essere il motto cambogiano… Il fatto e’ che qui tutti si muovono in continuazione spostandosi senza sosta da una parte all’altra della città’. Tutta la vita si svolge per strada, si commercia di tutto e tutto viene venduto per strada da una popolazione estremamente giovane, anche a causa dello sterminio di Pol Pot.
Il cibo, cucinato, servito e consumato ad ogni angolo di strada, e’ l’elemento caratterizzante di Phnom Penh che pare non avere orari in termini di alimentazione.
Citta’ , incasinata, sporca, povera ma estremamente affascinante, con un equilibrio tutto suo dettato dal movimento perpetuo dei suoi abitanti e dei loro mille commerci.

Come mi disse Prodi, nella tappa bolognese della Milano-Roma del Touring: “Una volta il rumore dell’Asia era il dolce fruscio delle catene delle biciclette mentre ora e’ il fracasso dei motori a scoppio“.

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